POESIA SUBLIME – Omaggio ai morti

8 novembre 2013 § Lascia un commento

Illustrazione di William Blake per Night Thoughts
Tema del desiderio: kama è la scaturigine del karma e del samsara. Esistono però due prospettive distinte, sebbene unificabili: dal punto di vista dell’individuo caduto, il desiderio è l’offuscamento egoico, che moltiplica il sogno dell’esistenza; dal punto di vista divino o totale, la maya, il desiderio, è ubb, amore, e raḥma, misericordia: è il desiderio che l’Immanifesto concepisce di manifestarsi, una caduta glorificante.

La veglia è la circonferenza: un piano comune di esperienza, ma superficiale (è analoga al piano letterale della Scrittura sacra). I punti terminali dei raggi-anime vi si confondono: di fatto però la distanza è massima, perché l’anima incarnata vede tutto dall’esterno (tranne i propri moti), vive di fede. Immagine antica: più il singolo raggio si avvicina al centro, allontanandosi dalla superficie – e dunque isolandosi nella tomba, che è il mondo immaginale, il mondo dei morti – più si avvicina agli altri raggi. Nel mondo immaginale, nel barzakh, le anime comunicano in modo più diretto, per affinità (Swedenborg, Fechner).

Il mondo immaginale, malakut, è l’esoterico del mondo visibile o mulk. Accedendovi, l’anima accede all’interno delle cose (Fechner), sperimenta quel samadhi con le essenze che si può pregustare nella pratica yogica. Vede le cose dall’interno e dall’esterno, è nella quarta dimensione. Ma chi ha pulito i propri sensi con la pratica della giustizia (l’ascesi che rende belli), si unirà al proprio angelo-volto, al proprio mondo che è il Volto divino rivolto verso di lui; chi li ha lasciati incrostare dalle passioni, si unirà all’esoterico della propria maschera, un volto contraffatto. Chesterton insegna che chi pecca non può vedere le cose così come sono, nella loro trasparenza creaturale.

Kant chiama immaginazione la facoltà di sintesi, in se stessa cieca. Come la fede: è la griglia di un mondo, è uno specchio che riflette una luce intellettuale-spirituale. Casey (citato da Hillman) ripete che l’immagine non è ciò che si vede, ma il modo in cui lo si vede: l’affectus, il colore affettivo. I morti sono gli angeli-dei, gli archetipi desideranti che continuano ad attraversare ed attirare le anime-menti dei viventi, a costruirne il mondo con la loro fede, con il loro consensus.
Vi sono vari livelli di un’unica fede: quella animale elementare, la propriocezione, il conatus che si perpetua; quella che costruisce le percezioni (Uexküll); il belief che muove la terza dimensione umana, ovvero la ragione (fede nell’esistenza degli altri, del mondo etc.); la sraddha-fiducia che dà continuità alla memoria-attenzione; la fede che dà struttura alla vita spirituale nel suo insieme, fondamento delle cose sperate, prova delle invisibili, secondo la parola di san Paolo. Tutto questo è fede-immaginazione-eros, e ragione-pensiero.

Wittgenstein: il solipsismo viene a coincidere col realismo quando il soggetto è ridotto a un punto e rimane la realtà coordinata ad esso. Chesterton dice che l’umiltà è la riduzione a un punto, a una paradossale condizione adimensionale. Morendo ci si restringe a un punto ovvero (da un altro punto di vista) a uno spazio vuoto, accogliente, a una pura fede che lascia essere il mondo com’è. Morendo entriamo nella fucina immaginale del mondo, contribuiamo a disegnarne i confini, la forma: tutto questo però resterà insensibile finché non percepiremo nei pensieri-affetti, nelle memorie, nelle percezioni sensoriali, nei desideri l’impronta di persone visibili-invisibili, volti affioranti nello specchio della coscienza, immagini ‘interstiziali’ (Rilke); finché l’interiorità non passerà dalla nebbia dell’immaginazione passiva, fantasticante, privata, alla corposità spirituale e personificante, all’immaginazione attiva, mitopoietica, immediata (“vedo-sento questo, ed è un fatto, un evento, anteriore a ogni giudizio”) degli antichi. Morendo si è in qualche modo ‘costretti’ (nel senso del Patto preesistenziale: o è così, o niente, o è il Niente) a diventare bodhisattva, sentinelle sulla soglia dei mondi, angeli. Si entra nel tempo comune, totale, dell’arte, soprattutto dell’epica: come quando in un poema dialogano esseri di epoche diverse.

L’immagine dello specchio suggerisce una causalità circolare, reversibile: io mi muovo verso l’immagine, l’immagine si muove verso di me. Il mio desiderio plasma il figlio, il desiderio del figlio si è plasmato il padre e la madre da cui nascere. Io immagino l’angelo, l’angelo immagina me. Io costruisco il corpo spirituale, il corpo spirituale si costruisce attraverso me, e dunque costruisce me.

Il corpo sottile come aura. L’aura come atmosfera psichica dell’archetipo, come affetto manifesto, colore-tonalità, forma. Morendo ci si riduce ad aure, viene estratta la tintura dal nostro corpo e dalla nostra coscienza corporea. Siamo semi come il seme-sperma è il distillato dell’immaginazione essenziale di un uomo.

Domanda vedantica: “Chi eri otto giorni prima di nascere?” Specularità della domanda sullo stato anteriore alla nascita e su quello posteriore alla morte. “Chi eri?” Desiderio: il desiderio che sei, il desiderio dei genitori. Ma cos’è il desiderio, se non inerisce alla Consapevolezza, che non nasce e non muore? E poi: chi sarai otto giorni dopo la morte? Il desiderio che sono, l’angelo che ho intravisto nello specchio della mia esistenza terrestre, che è più me di me stesso e dunque è me e non me. È la lettura gnostica della formula religiosa: “Lo sa Dio”; il Dio che è il Volto a me rivolto, il mio Volto, l’angelo che è Sua manifestazione. Dio ci giudica, noi giudichiamo noi stessi: ancora lo specchio. L’angelo all’inizio appare come Angelo della Morte, terribile perché chiama alla spoliazione dell’io: la sua spada fiammeggiante è il verbo della morte, che separa l’accidentale dal sostanziale, l’inessenziale dall’essenziale. Il corpo terrestre è accidentale, è un aggregato che imita il corpo spirituale, autentico dell’anima, un ricettacolo su cui cade il riflesso del mondo immaginale, come il legno e i colori dell’icona.

Dio è un Fuoco divorante: lo stesso e unico fuoco viene sperimentato come purgazione da alcuni – passaggio, transito alla pienezza – consumazione d’amore da altri, oppure distruzione illimitata.

Florenskij: il Giudizio è antinomico. Ci saranno tormenti eterni, ma al tempo stesso ci sarà la restaurazione universale nella beatitudine. L’immagine di Dio nell’uomo non può andare perduta, come il talento della parabola, che viene consegnato a chi ha già fatto fruttare i suoi, il santo.

*** Questo che avete appena letto è un brano scritto da una mente magnifica che porta il nome di Daniele Capuano. Nell’Hortus Confusus potrete averne ancora. ***

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